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Valincantà. Tuti magà

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Concerto dei Valincantà a Chiuppano, 16 maggio 2015

Mi piace il nome che i Valincantà si sono dati, non solo perché concede spazio all’incanto che è uno stato dell’animo da riabilitare e coltivare in un mondo che sembra non avere più spazio per la sorpresa. Mi piace anche per la molteplicità che esso racchiude: valli è infatti al plurale. Loro sono di Arsiero ma non parlano (cantano) soltanto della Valdastico; ci sono anche la Valposina e la Vallarsa e idealmente tutte le valli del mondo. Partono dal particolare, che per prossimità conoscono meglio, per andare al generale: altre valli, altri luoghi che, a guardarli bene hanno tutti qualcosa in comune pur nella diversità. Parla infatti di similatitudine, Roberto Zotti, autore della maggior parte dei testi, nella sua introduzione. Questa qualità che offre accoglienza alle contaminazioni, senza timore di sporcare la propria identità, si ritrova nell’ampia gamma di strumenti che il gruppo mette in campo e nelle suggestioni musicali che richiamano ora uno stile country ora uno irlandese, passando con naturalezza per le arie andine o quelle balcaniche.

È un mix potente quello che gli otto componenti (Alberto Bortolan, Daniele Calgaro, Davide Lista, Livio Busato, Lorenzo Pecoraro, Mario Veronese, Roberto Marini, Roberto Zotti) creano e rimescolano alternando le voci e i suoni e la passione che li anima. Un peccato che l’auditorium sia gremito al punto che alcuni non sono riusciti a entrare. Un peccato che, a differenza della situazione che con il gruppo Vaghe Stelle ho vissuto ad Arsiero solo due settimane fa, non ci sia uno spazio per muoversi e danzare, perché questa musica invita alla vita, chiama al movimento e stare fermi è proprio una forzatura.

“Cantè quando che el mondo fa paura, saltè dall’altra parte della mura” suggerivano con il garbo di cui si vestono le parole di tutte le canzoni, in un pezzo del cd precedente. E davvero si ha la sensazione che un po’ di paura, un po’ di tristezza, un po’ di preoccupazione se ne vadano via cantando, trascinate dalla musica e con il conforto di tante altre persone attorno. D’altra parte è stato proprio sulle note di questo brano (Na vecia banda) entrato nella colonna sonora del cammino Dietro il paesaggio che noi stessi, Vaghe Stelle, abbiamo sperimentato il 1° maggio scorso, la leggerezza e la gioia, nonostante la stanchezza, gli scarponi e gli abiti bagnati.

Il garbo, dicevo. Sì perché i testi, che pure nascono dall’osservazione del mondo e delle sue manifestazioni, non sempre positive, invitano alla riflessione e alla consapevolezza senza eccessivi moralismi, lasciando tutto lo spazio a chi ascolta, per approfondire. E quando le piccole storie cantate nascono dai racconti di padri e nonni e da vite quotidiane che ci hanno preceduto nei luoghi in cui oggi ci muoviamo, scatta il coinvolgimento, l’immedesimazione e talvolta la commozione. Ci torna una sorta di senso di appartenenza anche se quelle situazioni non le abbiamo mai vissute.

È così che provo tenerezza per il capo cilindri della machina tersa tanto ligio al suo compito nella cartiera di Arsiero del secolo scorso. Riesco a sentire il rumore delle ruote che girano, il peso della carta che diventa sempre più alta e pesante tanto che le braccia d’uomo non hanno più la forza di alzarla. Riesco a sentire la fierezza di una Resistenza applicata ai piccoli gesti, come quello di non cucire la cotola nera alla figlia per la partecipazione ai sabati fascisti.

La cifra poetica delle parole cantate ammorbidisce qualsiasi argomento e ci fa sorridere anche se diversamente si diventerebbe malinconici come quando bevo el goto de vin per non sentire il vento che fis-cia soto i copi e così somejo contento.

Condiscono il tutto Gastone Dalla Via già sindaco di Tonezza, e padre dei bravi Diego e Marta (anch’essi presenti in voce) e attivo ora nella compagnia teatrale El Salbaneo di Tonezza, che con un godibile siparietto assieme ad altri due attori, introduce il brano dedicato all’orso Dino, clandestino, eletto a emblema della paura del diverso. Ci ricorda anche, Gastone, il valore della memoria e qui pare proprio lui l’ultimo montanaro che ghe vedeva lontan quando dice che gli basterebbe lasciare al mondo anche solo una storia piccola piccola, una storia tascabile che gli consentisse di essere tenuto a mente, anche dopo che sarà andato in gloria.

È un tempo speso bene quello qui questa sera. Abbiamo tutti bisogno di riprendercelo, il tempo e di rallentarlo: varda che ben el tempo xe quelo, la pressa copa el gusto del belo...e abbiamo el sacrosanto dirito de vagabondar magari scoprendo la bellezza che abbiamo intorno come gli aironi drio l’Astego o di stare sdrajà a contare le stele e inpisarghene una smorsà e a lucidar le pì bele.

Ci hanno emozionato i Valincantà, ma anche loro lo sono e a tratti gli si incrina la voce, come nel momento in cui sul palco salgono tre bambine, figlie di altrettanti di loro, giovani voci che hanno già un loro perché. Dopo il primo bis, ricordando ciò che ci eravamo scambiati qualche giorno fa sul potere desgropante di certi brani, il gruppo dedica a Vaghe Stelle quello che chiude la serata ed è un’altra piccola gioia.

Come diceva il buon Battisti :”Tu chiamale se vuoi emozioni”. E davvero sembra rimasta questa la chiave per comunicare in modo da lasciare traccia. I Valincantà ce ne hanno appena regalate undici. Undici brani fragranti, appena sfornati. Da ascoltare alla mattina, mentre si va al lavoro, al posto del giornale radio. E lasciare che la giornata cominci, convinti che la vita xe na dolse canson.

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Autore: mariagraziadalpra

La gioia di scrivere, il potere di perpetuare. La vendetta di una mano mortale. Wislawa Szymborska

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